lunedì 28 gennaio 2019

Erasmo da Rotterdam VS Machiavelli. 0.3. Note su Institutio Principis christiani. Per una politica dal volto umano


Il lavoro fu realizzato da Erasmo come contributo alla formazione, sulla base di valori cristiani, del giovane Carlo V. Quindi uno scritto, si potrebbe dire, quasi “militante”, in ogni caso destinato a fornire consigli sulla formazione del principe. Nelle considerazioni, pertanto, ci si pone l’obiettivo dell’educazione del Principe, che per Erasmo voleva dire costituzione di una formazione morale al fine di promuovere quei sentimenti che servono a realizzare il bene comune e a rendere il Principe esempio di virtù. Erasmo era un riformatore, l’unico riformatore, come dice Stefan Zweig, perché gli altri sono sostanzialmente dei rivoluzionari; un riformatore che aveva tentato di cambiare la chiesa secondo le leggi della ragione, armato di penna e fedele all’umanità intera piuttosto che alle fazioni del fanatismo. Era questa una funzione politica universale che Erasmo intendeva promuovere a fronte di una realtà europea devastata dai conflitti e dalle divisioni sia nell’ambito politico che religioso e della Chiesa.1

A differenza di Erasmo, Machiavelli, sebbene disponesse di consigli al suo Principe, non aveva quale finalità la formazione morale del Principe. I suoi risultavano quasi come consigli, o princìpi, per mantenere il potere; quindi strumenti per regnare, la cui finalità era nel mantenimento dello stesso potere e dominio sul popolo. Bisogna in ogni caso tenere presente che le considerazioni di Erasmo appartenevano ad un contesto che riguardava la riforma della Chiesa e che pertanto presentava un diverso spessore filosofico e teologico.
Tenuto conto delle dovute differenze si può tuttavia dire che, mentre Erasmo si poneva il problema dell’educazione morale del Principe e del suo popolo; Machiavelli si poneva il problema del potere sul popolo al di là di ogni aspetto morale. Tradotta in termini attuali si potrebbe dire che Erasmo era attento ai contenuti, mentre Machiavelli era attento alla selezione degli strumenti più efficaci per imporre il proprio dominio al di là dei contenuti, era questo il programma del cosiddetto “realismo politico” a cui si contrappone l’umanesimo erasmiano.

Libero tra liberi
Il principe di Erasmo è innanzitutto un uomo libero. Un uomo libero che ha il compito di governare su altri uomini liberi e di preservare la libertà di tutti nell’attività di governo. Compito del Principe è governare su uomini liberi in modo tale da preservare la loro, e la propria, libertà. Governare individui dotati di volontà e libertà è una impresa divina in quanto piena realizzazione dell’essenza umana considerata secondo il principio di eccellenza aristotelico, questa impresa esprime il massimo della saggezza, una saggezza che realizza il massimo dei beni.
“Se è vero … che la saggezza è di per sé sublime, non c’è tuttavia forma di saggezza più alta, come ha scritto Aristotele, di quella che insegna a comportarsi da buon principe: perciò … governare su uomini liberi e dotati di volontà è impresa più grande dell’uomo e quasi divina. Questa saggezza debbono i principi desiderare … e … preferirla a qualunque altro bene”2.
Principe saggio è colui che sa governare su uomini liberi e dotati di volontà. Per Erasmo il problema del governo non corrisponde al problema del potere, ma corrisponde alla capacità di realizzare una società libera, quella società che oggi si persegue nelle moderne democrazie liberali. In vista di questo obiettivo, quella di Erasmo non è una tecnica di governo, una ingegneria politica, che deve favorire il progresso e il passaggio verso la modernità e i portatori di interesse del nuovo mondo. La funzione politica non è un mezzo, ma deve essere per Erasmo espressione delle virtù. Solo in quanto espressione delle virtù morali, la politica, può ergersi a virtù politica e portare la società alla ricerca del bene e del miglioramento.
Pertanto la prima delle virtù morale del Principe riguarda la libertà, e il suo rapporto con la libertà degli uomini. Il Principe deve governare su una società di liberi e non di sudditi.
Se Principe “è infatti superiore rispetto agli altri uomini, ma appartiene allo stesso genere: è un uomo che governa altri uomini, un individuo libero che governa individui liberi3. Erasmo ha una concezione moderna e non parla di sudditi anche se adotta il termine principe, re; ma parla di individui liberi.
Machiavelli, al contrario, non si pone il problema morale e pertanto nel suo sistema non esiste il concetto di libertà, né per l’azione del principe né riguardo ai sudditi, che sono appunto tali e oggetto della tecnica del potere del Principe.
Il Principe di Erasmo non comanda, ma governa su cittadini liberi: “governare su uomini liberi e dotati di volontà è impresa divina più che umana. Comandare su animali muti o su servi in catene è, al contrario, cosa spregevole. L’uomo è un animale divino e due volte libero: anzitutto per natura, in secondo luogo grazie alle leggi che si è dato. Perciò è segno di somma virtù e di animo divino che un re sappia dosare l’arte del comando in modo tale che il popolo avverta il beneficio senza sentirsi asservito”4. L’arte del comando è a beneficio del popolo e non del Principe e dello stesso potere. Fine è il miglioramento delle condizioni della vita del popolo, o meglio, degli individui liberi di cui il Principe esprime il governo.
La virtù è la prima delle ricchezze, il principe cristiano promuove la ricchezza che i cittadini possiedono perché è consapevole che ciò incrementa la ricchezza dello Stato.5 La ricchezza proviene quindi dal promuovere la virtù umana. La virtù umana non è da pensare in termini moralistici ma nei termini aristotelici di capacità ed eccellenze umane: la società, il principe, deve avere la virtù di promuovere le eccellenze umane e le capacità che esprimono le virtù, prima tra tutte la libertà.
Senso civico, benignità, spirito di giustizia, sono i sentimenti di uno Stato florido. “Scrive Aristotele nella Politica che due cause soprattutto mandano in rovina i regni: l’odio e il disprezzo. All’odio deve essere opposta la benevolenza, al disprezzo l’autorevolezza. Compito del principe sarà applicarsi scrupolosamente per evitare quei pericoli e per garantire quelle virtù. L’odio, in particolare, trae origine dalla crudeltà, dalla violenza, dalle offese immotivate, dal lamentarsi sempre, dall’indisponibilità e dall’avidità di ricchezze. È inoltre più facile suscitare odio piuttosto che, dopo averlo generato, placarlo. Perciò il principe farà bene a evitare ogni possibile ragione che gli faccia perdere l’affetto dei suoi uomini … l’affetto del popolo è alimentato da quei modi di fare, per dirla in generale, che sono distanti dalla tirannide: la clemenza, la disponibilità, lo spirito di giustizia, il senso civico, la benignità. … Il senso civico genera sempre amore o, se non altro, smussa l’astio: da parte di un gran principe, in ogni caso, esso suscita il più grande favore nel popolo”6.

Valori morali
[In Erasmo ritornano i valori nei termini del platonismo, in cui la virtù e la saggezza erano qualità principali per il governo della Repubblica] La saggezza più alta è quella che insegna a comportarsi da buon principe, perché “governare su uomini liberi e dotati di volontà è impresa più grande dell’uomo e quasi divina.”7
Il principe promuove il bene comune e, si potrebbe dire oggi, attraverso la loro saggezza, quei sentimenti sociali che rafforzano la coesione e la condivisione del benessere “Ogni qual volta i re consultano questa saggezza, lasciando fuori della porta quegli altri malvagi consiglieri che sono l’ambizione, l’ira, la cupidigia e l’adulazione, allora lo stato fiorisce veramente e, attribuendo alla saggezza del proprio principe il merito di quella felicità, se ne rallegra con giusta ragione e dice: insieme con questa saggezza è venuto a me ogni possibile bene.”8
Per Erasmo la saggezza è quindi connessa alla promozione dei valori e di un sentire positivo nei cittadini; quella che Bobbio indica come gentilezza dei costumi e coscienza civile.
“Perciò - dice Erasmo - Platone è più che mai scrupoloso nell’indicare in che modo dovranno essere educati i custodi dello stato, che vuole primeggino sugli altri uomini non per ricchezze, gioielli, eleganza, immagini di antenati o per guardie del corpo, ma unicamente per saggezza”9
Per saggi Platone intende i filosofi ma “per filosofia si intende non quella disciplina che indaga i principii primi, la materia primordiale, il moto o l’infinito, bensì quella saggezza capace di liberare l’animo umano dalle false opinioni comuni e dalle passioni peggiori e dunque di mostrare al principe l’arte di regnare in modo retto, ad imitazione dell’operare divino”10
Il “bene comune, che deve sempre essere l’unico scopo non solo dei re, ma anche dei loro amici e familiari” 11
Le qualità del Principe sono per Erasmo quanto di più distante da quelle richieste per un condottiero capace di piegare al suo volere la politica degli Stati dell’Italia rinascimentale, le qualità per Erasmo sono quelle umane e non dello stratega del potere. Né volpe né leone, ma “Il principe dovrà essere scelto “in base all’indole mansueta e placida e al carattere calmo e riflessivo: egli non dovrà essere così impulsivo da far temere, non appena la sorte gli consenta un abuso, di vederlo trasformarsi in tiranno e non prestare più ascolto a chi lo guida e lo consiglia; né dovrà essere così docile da farsi influenzare dalle parole del primo che capita … un regno deve essere consegnato a chi più degli altri ha virtù regali: cioè spirito di saggezza, giustizia, senso della misura, lungimiranza e amore per il bene pubblico” [cui contrari sono: piaceri, lussuria, fasto, arroganza, avidità, iracondia e tirannide] … “Ciò cui deve badare il principe nel governo è ciò cui deve badare il popolo nello scegliere il principe: il bene collettivo, separato completamente da ogni interesse personale”12
Si tratta in fondo di quelle virtù civica che Gobetti vedeva nelle nazioni europee che avevano avuto una riforma e che vedeva mancare in Italia, una mancanza che è stata tra le cause del fascismo, o per lo meno del suo grande consenso popolare.
L’educazione del principe verte innanzitutto sulle qualità morali che nascono dalla capacità della ragione e dalla natura sociale umana, i sentimenti morali che sono alla base dei valori morali: “Già nel bambino, da alcuni atteggiamenti, si può infatti comprendere se egli ha la tendenza all’iracondia o all’arroganza, all’ambizione o al desiderio di essere elogiato, ai piaceri o al gioco dei dadi o ad accumulare denaro, alla vendetta o alla litigiosità, all’incapacità di controllarsi o al dispotismo. A quel punto il precettore, dove avrà individuato il punto debole del futuro principe riguardo ad un vizio, lì si dovrà impegnare a rafforzare la sua indole con insegnamenti sani e con regole adatte e dovrà cercare di portare verso abitudini differenti un carattere ancora docile. Al contrario, dove avrà individuato che la natura del principe è incline al bene ovvero a vizi che possono facilmente ricondursi al bene, come per esempio l’ambizione o la prodigalità, su quel versante il precettore dovrà fare leva e assecondare con l’educazione la predisposizione naturale”13
“Non basta impartire i precetti che allontanano dal vizio ed esortano alla virtù. Essi debbono essere, per così dire, radicati nell’animo del principe, debbono essere conficcati e inculcati in lui e richiamati in mille modi alla sua memoria”14

Il Tiranno
Comportamento contrario a quello del Principe, uomo libero tra liberi, è quello del Tiranno. Come la libertà è legata alle virtù del Principe, così la miseria morale e materiale è legata ai vizi del Tiranno.
Il Tiranno non persegue il benessere e il bene morale dei sudditi. Egli “… diviene più potente grazie alla rovina dei sudditi… l’obiettivo si ottiene da parte del tiranno facendo di tutto affinché i sudditi siano quanto più possibile tapini e poveri di spirito: e questo è il risultato del trattarli come servi, del ridurli ad operare senza dignità, del renderli schiavi delle delazioni e dei piaceri. Il tiranno sa infatti molto bene che gli animi nobili ed alti mal sopportano il dispotismo. … Inoltre … basta fomentare l’odio e le delazioni reciproche, mentre il tiranno via via diviene più potente grazie alla rovina dei sudditi.”15
In queste parole si avverte il peso di quanto possa essere tirannico un potere che non promuove il miglioramento e la crescita morale attraverso gli strumenti dell’istruzione e della diffusione della cultura. Espressione più tipica del rapporto tra il Tiranno e è il panem et circenses quale strumento per la sottomissione morale e culturale, uno strumento di potere che agisce come surrogato della esigenza di moralità ed elevazione.
Il Tiranno racchiude nella propria persona tutte le passioni tristi “dispotico, crudele, feroce, violento, ingordo, avido del denaro altrui e, per usare un’espressione di Platone, bramoso di ricchezze, rapace e, secondo le parole di Omero, divoratore di popoli, superbo, arrogante, inaccessibile, difficile da incontrare e da trattare, sgarbato nel parlargli, inutilmente irascibile, irritabile, insopportabile, inquieto, servo dei piaceri, privo di freni, smoderato, irriflessivo, disumano, ingiusto, incapace di prendere buone decisioni, iniquo, empio, privo di razionalità, leggero, incostante e facile a ingannarsi, docile con le persone sbagliate, nervoso, vittima delle passioni, incapace di accettare correzioni, offensivo, promotore di guerre, pesante, fastidioso, irriducibile, intollerabile. … e dal momento che non c’è bestia feroce più pericolosa di un tiranno, è lecito ritenere che nulla sia più sgradito al genere umano di un cattivo principe”16
Obiettivo di Erasmo è il contrasto alla schiavitù morale e alla tirannide. L’idea di cittadino di Erasmo precorre l’Illuminismo nel concetto di libertà, così come precorre il pensiero sulla libertà di natura di Rousseau e la liberazione propugnata da Lutero. Essere cristiani vuol dire essere liberi. “Dal momento che la natura ha generato tutti gli uomini liberi di nascita e la servitù è stata introdotta forzando la natura, come ammettono anche le leggi dei pagani, considera quanto poco si addica a un cristiano usurpare la signoria sugli altri cristiani, che non sono servi per nessuna legge e anzi sono stati riscattati da ogni servitù per opera di Cristo … È assolutamente assurdo che tu ritenga servi quelli che Cristo ha riscattato in libertà con il medesimo sangue con cui ha riscattato te, cui somministra i tuoi stessi sacramenti e che ha chiamato ad ereditare la stessa immortalità, e che tu presuma di ridurre in schiavitù uomini che hanno in comune con te lo stesso signore e principe, Gesù Cristo”17
Erasmo propende per una monarchia costituzionale in cui esista un equilibrio tra diversi poteri, che si limitano reciprocamente, e corpi intermedi: “Se si potesse avere un principe dotato di tutte le virtù, sarebbe auspicabile la monarchia pura e secca … per come vanno oggi le cose, allora è preferibile che la monarchia sia limitata e mescolata con il potere dell’aristocrazia e con elementi di governo popolare, affinché essa non degeneri in tirannide: come sono in reciproco equilibrio gli elementi naturali, allo stesso modo si mantenga lo stato. Se il principe è ben disposto nei confronti dello stato, interpreterà come aiuto, non come violazione, questa limitazione nei confronti del suo potere; in caso contrario, tanto più occorre che ci sia un ostacolo in grado di respingere la violenza di uno solo”18
Erasmo propone un’etica della libertà, su di essa, e sull’esercizio delle virtù cristiane, dovrà trovare anche legittimità il potere: “degraderà il suo regno colui il quale trasformerà in schiavi dei cittadini liberi. Quanto più sono nobili i sudditi, tanto più magnifico e splendido è il regno. Perciò si può dire che tuteli la tua maestà chi tutela la libertà e la dignità dei cittadini. Anche Dio, per non dominare su una massa di servi, ha donato il libero arbitrio agli angeli e agli uomini, proprio perché il suo regno fosse più splendido e autorevole.
Come può uno dirsi grande per il fatto di terrorizzare e dare ordini a cittadini del tutto addomesticati, proprio come animali?”19
La contrapposizione tra la virtù politica e il vizio del potere esprime con forza la contrapposizione tra libertà e tirannia, tra crescita morale e civile di un popolo e popolo sottomesso e sottoposto al degrado morale, obbediente per terrore più che per espressione di civiltà e cultura. Scrive Erasmo: “ … Il tiranno ha come ministri la paura, l’inganno e la malvagità, il re invece la saggezza, l’integrità morale e la volontà di compiere il bene. Il tiranno detiene il potere per sé stesso, il re governa per il bene comune… Il tiranno gode della presenza o degli stupidi, su cui esercita la propria influenza, o dei delinquenti, che gli servono come sostegno materiale del suo regime dispotico, ovvero degli adulatori, che gli dicono tutto ciò che ama sentirsi dire. Il re, invece, si compiace della compagnia degli uomini saggi, dal cui consiglio sa ricavare giovamento: quanto migliore è un uomo, tanto più egli lo tiene in considerazione, perché sa di potersi fidare ciecamente di una persona del genere; perciò il re ama circondarsi di uomini liberi, dalla cui compagnia è reso egli stesso migliore.”20
La partecipazione alla vita civile, la coesione sociale proveniente da reciproci rapporti di collaborazione e riconoscimento reciproco, la pace e la virtù liberale della tolleranza sono il fondamento della civiltà e della coscienza civile in una società di liberi. Infatti laddove “…Il tiranno si sforza di fomentare le divisioni e i contrasti tra i sudditi e fa di tutto per alimentare ed accrescere gli odi sorti in modo casuale: in questo modo rafforza la propria posizione. Il re, invece, ha a cuore soltanto che i sudditi siano in pace: se per qualche ragione tra loro sorge un dissidio, egli non esita a fare di tutto per ricomporlo, perché sa che esso sarebbe l’origine di un danno gravissimo per lo stato…. Il re … agisce allo scopo di rendere permanente la pace pubblica: egli è infatti consapevole che dalla guerra, una volta scoppiata, scaturisce ogni possibile danno per la collettività.”21
“L’uomo è un animale divino e due volte libero: anzitutto per natura, in secondo luogo grazie alle leggi che si è dato. Perciò è segno di somma virtù e di animo divino che un re sappia dosare l’arte del comando in modo tale che il popolo avverta il beneficio senza sentirsi asservito”. Mentre “Nell’uomo governa la parte più nobile, cioè l’animo; all’interno dell’animo prevale la parte migliore, cioè la ragione. Anche nell’universo il governo è dell’entità migliore tra tutte, cioè Dio. Così nello stato, proprio come se si trattasse di un grande corpo, chi ha il compito di comandare deve essere superiore a tutti per bontà, saggezza e accortezza.”22
Quindi “per un cristiano il comando altro non è che il senso del dovere nell’amministrazione dello stato, affidatagli per fare del bene” 23

Le virtù del Principe
La temperanza è una virtù del principe. La temerarietà, invece, dovuta al fatto che non si è in grado di giudicare non è una qualità del Principe. In realtà “la forza del Principe deve derivare da altre sorgenti ... [Infatti], Occorre che veda più di tutti ... occorre che sia più saggio degli altri colui il quale, da solo, decide per conto della comunità. Ciò che è Dio nell’universo, il sole nel mondo, l’occhio nel corpo: ecco cosa deve essere il principe nello stato.24” Il Principe deve essere saggio e non “si può essere re se non si è retti dalla ragione: cioè se non si adopera il buon senso e la capacità di giudizio.”25
Anche in questo caso troviamo una netta una divergenza di prospettiva rispetto a Machiavelli (in particolare rispetto al citato capitolo 15 del Principe). Per Machiavelli «vir bonus» e «princeps» sono figure difficilmente sovrapponibili: ciò che conta è che il principe eserciti le virtù che rinsaldano il potere, non curandosi troppo delle virtù che non hanno a che fare con la politica. Per Erasmo, all’opposto, può anche essere che una persona per bene non sia in grado di fare il principe, perché non è detto che il virtuoso abbia anche le capacità necessarie per governare; ma senza dubbio il buon principe non è tale se non è anzitutto «vir bonus». A monte delle differenti impostazioni di Erasmo e di Machiavelli si colloca il drastico pessimismo del secondo rispetto la natura umana e lo scetticismo rispetto al fatto che la saggezza e la rettitudine nei valori siano qualità utile al politico per il governo degli uomini.
Erasmo non è pessimista sulla natura umana e crede fermamente nell’importanza dei valori morali quali guida dell’azione politca. Le sue idee anticipano l’Illuminismo anche riguardo la ricerca della conoscenza e delle opinioni: “…la prima e la più viva preoccupazione di chi educherà il principe deve essere, come abbiamo detto, quella di estirpare dal suo animo le opinioni sbagliate che fanno parte del senso comune, se mai qualcuna si è insinuata in lui, e seminare nel suo petto pensieri benefici e degni di un principe cristiano”26

Cooperazione tra popoli: la pace
Promuovere la pace e gli scambi tra i popoli. “Il principe buono e saggio farà dunque in modo di essere in pace con tutti, e in particolare con i popoli confinanti, che potrebbero essere più pericolosi se fossero ostili, mentre invece potrebbero essere di grande giovamento allo stato se i rapporti saranno amichevoli; d’altra parte, se non si fanno commerci con loro, non si vede come possa stare in piedi l’economia dello stato27
La maggiore difficoltà nell’essere buoni sta nel voler esserlo: come è il caso di chi riconosce e disprezza l’ambizione, l’iracondia o la libidine, … è con questo spirito che è facile respingere o attenuare il vizio”28.
Il principe di Erasmo promuove e cerca la pace: “l’attenzione principale e più grande deve essere riposta dal principe, durante la sua formazione, ai mezzi che garantiscono nel modo più saggio la gestione della pace: con quei mezzi egli farà tutto il possibile per non dover ricorrere mai alla guerra.”29
Il Principe cristiano è tuttavia “capace di combattere in guerra ma non amante della guerra, bensì della pace, conciliatore di pace, sentinella di pace, capace di correggere i costumi del popolo, di essere guida e principe, di emanare leggi benefiche, nato per fare il bene”.

Istruzione ed eguaglianza
Erasmo promuove i valori cristiani in modo che ciò appaia in coerenza con lo stile di vita attraverso argomenti ripresi anche dai riformatori, dove i valori della spiritualità devono essere superiori al benessere mondano. Gli argomenti vanno oltre la contingenza storica ed esprimono gli elementi di una psicologia alternativa anche al consumismo della nostra società. Importante, in uno Stato, non è soltanto la crescita dei beni materiali, ma la cura dei valori morali attraverso l’educazione e la scuola “la principale speranza dello stato risiede in un sistema educativo funzionante”.
L’ osservanza delle sane leggi dello Stato rende onesti e felici, e come non è virtù e libertà il fatto di poter agire in modo indiscriminato, così non è vera uguaglianza trattare tutti allo stesso modo: “il principe consideri felici i sudditi non se sono ricchi o godono di buona salute, ma se esercitano la giustizia, conoscono la temperanza, non sono avidi di denaro, non si dimostrano violenti o faziosi, bensì il più possibile concordi … Non è felicità autentica il fatto che il popolo possa oziare e pascersi nel lusso. Non è vera libertà il fatto che a ciascuno sia consentito ciò che gli pare. Non è servitù, d’altra parte, vivere secondo la prescrizione di leggi oneste. Non è realmente tranquillo quello stato in cui il popolo asseconda ogni cenno del capo del principe, bensì quello in cui si obbedisce a leggi sane e ad un principe che prende buone decisioni coerenti con quelle leggi. Non è vera eguaglianza il fatto che tutti possano ricevere lo stesso premio, gli stessi diritti e gli stessi onori: questa è anzi, spesso, la peggiore delle ineguaglianze.”30 Erasmo pensa ad una società che non tratta tutti in modo uguale, questo tipo di uguaglianza sarebbe una ingiustizia, in largo anticipo su Marx!
Il governo deve essere ispirato a principi di equità. Se tuttavia la necessità impone di richiedere qualcosa al popolo, allora il buon principe dovrà preoccuparsi di farlo in modo che ai più umili quasi non ne giungano le conseguenze. Perché richiamare i ricchi ad uno stile di vita più austero non è in fondo sbagliato, ma costringere i meno abbienti alla fame e all’indigenza è non solo disumano, ma anche pericoloso.31 Inoltre “Bisogna inoltre fare in modo che non ci sia troppa diseguaglianza nella società. Non che io immagini di togliere ad alcuno le ricchezze con la forza: piuttosto, si deve far sì che le ricchezze di molti non cadano nelle mani di pochissimi. Platone auspicava che i cittadini non fossero né troppo ricchi né troppo poveri, perché il povero non è in condizione di giovare allo stato, il troppo ricco invece non vuole contribuire con la propria arte al bene comune”32

Garantire la libertà nel giudizio
La giustizia è anche garanzia per la libertà di fronte al giudizio “La garanzia è il principio della giustizia penale, in un periodo in cui dominava l’inquisizione. “Come il principe, così pure la legge deve essere sempre più incline a perdonare che a condannare: anzitutto perché deve essere per propria natura benigna, poi perché questo corrisponde al modo di comportarsi di Dio, la cui ira è lentissima nel dare corso alla vendetta, e infine perché il colpevole ingiustamente sfuggito alla pena si farà sempre in tempo a punirlo, mentre l’uomo ingiustamente condannato non potrà essere mai risarcito. Se anche egli non è morto a seguito della condanna, chi potrà valutare a pieno le sofferenze che ha patito?”33

Doveri del Principe
“La teologia cristiana attribuisce a Dio tre principali caratteristiche: la somma potenza, la somma saggezza e la somma bontà. Occorrerà che tu, nei limiti delle tue forze, dia prova esattamente di questi tre requisiti: la potenza senza bontà è semplicemente tirannide; senza saggezza, a sua volta, è pericolosa, non regale”34
Quali sono i doveri di un principe cristiano? “Seguire lo spirito di giustizia, rifiutare la violenza, astenersi dal saccheggio, non mettere in vendita le magistrature, non farsi corrompere: certo, in questo modo il tuo tesoro sarà meno ricco; ma tu non ti curare del fatto che l’erario è meno ricco, se riesci a far guadagnare la giustizia … Ciò che secondo gli altri più ti è lecito è proprio ciò da cui più ti devi astenere: devi essere più severo con te stesso proprio là dove tutti ti appaiono indulgenti; devi essere censore spietato di te stesso proprio quando tutti ti applaudono. La tua vita è pubblica e non può tenersi nascosta: perciò potrai essere un buon principe, che dunque giova ai propri sudditi, o un principe malvagio, che li danneggia”35
attivati dunque da subito per appropriarti quanto più puoi della forza derivante dalla saggezza, affinché tu riesca più di chiunque altro ad aver chiaro cosa sia giusto fare e cosa sia giusto evitare; in secondo luogo, sforzati di giovare al maggior numero di persone, perché la bontà consiste proprio in questo. Il potere ti serva essenzialmente a compiere tutto il bene che hai in animo di realizzare: anzi, a volerne compiere persino più di quanto tu effettivamente possa. Quanto al male che potresti esercitare, il potere ti induca a farne tanto meno, quanto più sarebbe possibile compierne”36.
Un messaggio contrapposto a quello di un Machiavelli la cui scienza della politica è accostata alla indifferenza verso i valori e quindi verso la libertà. Quello di Erasmo è al contrario un messaggio che disegna le virtù civiche del principe e quelle dei cittadini liberi. Un messaggio che che prelude all’illuminismo e ad una società che promuove le qualità umane facendo propri i principi della ragione come capacità critica e razionale e della libertà come limite di ogni attività umana.


1 Erasmo era un riformatore come Lutero e Calvino e proprio attraverso la costituzione dell’Impero sulle premesse dei valori cristiani universali, pensava di intervenire con le sue idee di riforma “Se è possibile parlare della riforma di Lutero come della «riforma del principe», e della riforma di Calvino come della «riforma delle città», tutto porta a pensare che la riforma di Erasmo intendeva (e forse avrebbe potuto) essere la «riforma dell’impero». Cecilia Asso, La stoltezza e la follia: Erasmo “catholicus” e altri equivoci”, 2012..
2 Erasmo da Rotterdam, L’educazione del principe cristiano, a cura di Davide Canfora, e-book, edizioni di Pagina, 2009, p. 3
3 Erasmo da Rotterdam, Ibidem, p. 91.
4  Ibidem, pp. 105-107.
5  Ibidem, p. 93,
6  Ibidem, 191-193.
7 Ibidem, p. 3.
8 Ibidem, p. 5.
9 Ibidem, p. 5.
10 Ibidem, pp. 5-6.
11   Ibidem, p. 11.
12  Ibidem, p. 13.
13  Ibidem, p. 25.
14   Ibidem, p. 27.
15  Ibidem, pp. 77-79.
16   Ibidem, pp. 97-101.
17  Ibidem, p. 113.
18   Ibidem, pp. 103-105.
19  Ibidem, p. 115.
20   Ibidem, p. 75.
21   Ibidem, p. 77.
22   Ibidem, pp. 107-109.
23   Ibidem, p. 109.
24  Ibidem, p. 135.
25   Ibidem, p. 143.
26   Ibidem, p. 151.
27  Ibidem, p. 263.
28   Ibidem, p. 179.
29   Ibidem, p. 181.
30  Ibidem, pp. 199.
31   Ibidem, p. 205.
32   Ibidem, p. 207.
33   Ibidem, p. 243.
34   Ibidem, p. 59.
35   Ibidem, p. 55.
36   Ibidem, p. 61.

giovedì 17 gennaio 2019

Erasmo da Rotterdam VS Machiavelli. Premessa


Macron, nel saluto per la vittoria ha richiamato i valori che hanno ispirato l’Illuminismo, i valori della Rivoluzione Francese, il cui spirito “minacciato” va difeso “ovunque”. Macron ha posto l’Europa dell’Illuminismo al centro del suo disegno per far uscire la Francia dalla crisi economica e dalla crisi di identità, oggi è l’Europa stessa che, per la propria sopravvivenza, deve rifondare quei valori.
Ma quale Illuminismo? E per quali valori?
Erasmo da Rotterdam e Machiavelli si sono occupati di indicare al Principe la via che la politica deve seguire per la realizzazione di una società che rispondesse alle esigenze del progresso a cui si affacciava il XVI secolo che hanno portato alla nascita delle nazioni e degli stati moderni.
Ma, nel loro intento, hanno seguito strade diverse, se on opposte. Mentre Machiavelli si posto il problema del potere e della sua gestione finalizzata al suo mantenimento e così mettendo al centro delle sue considerazioni la costruzione di una scienza della politica che preludesse ad un criterio di oggettività indipendente dal “giudizio” degli uomini e quindi indipendente dalla “morale” e dai “valori”. Erasmo, al contrario, nella sua educazione del Principe cristiano, mette al centro della sua riflessione proprio la morale e i valori.
La via di Machiavelli è quella che prelude a quel razionalismo scientifico che ha contraddistinto il pensiero positivista e l’idea di una scienza come pensiero assoluto, avulso dalla storia e dai valori. Le scienze della natura contrapposte alle scienze dello spirito, natura contro cultura, la mente contro il corpo.

La via di Erasmo è quella che pone al centro la coscienza morale, l’uomo misura di tutte le cose. La scienza non è “sapere assoluto”, avulso dai valori e dalla vicenda umana che è il risultato di un equilibrio della natura con la cultura, dello spirito con il corpo.

Il confronto, o meglio la creazione di una polarizzazione tra Erasmo e Machiavelli, ovvero tra il Principe cristiano e il Principe di Machiavelli, rende maggiormente significativo il contesto della formazione della coscienza politica in Italia e consentendo di illuminare alcune delle più radicate contraddizioni.
Ciò consente, innanzi tutto, di gettare luce sulla formazione e la storia del pensiero liberale della penisola in quanto fenomeno nato e sviluppatosi, come messo in evidenza dallo stesso Gobetti, nell'alveo della borghesia agraria che trova anche espressione nel suo particolare nazionalismo che, consolidatosi con il populismo degli anni ‘20 del secolo scorso, ha portato alla legittimazione del fascismo e quindi al totalitarismo che è la negazione della stessa idea liberale. Un aspetto critico della formazione nazionale al quale si innesta quello relativo allo storico predominio della Chiesa di Roma e la mancanza di una Riforma. Si tratta di un aspetto della storia della coscienza politica nazionale evidenziato anche da Gramsci quale limite del Risorgimento nella nascita di una politica volta alla realizzazione delle riforme quelle riforme che dovevano favorire la modernizzazione del Paese, a cominciare proprio dalla riforma agraria. Non ultimo il confronto serve a fornire una luce particolare sulla nascita dei partiti di sinistra ispirati dall'ideologia marxista, con una appendice particolare sulla interpretazione gramsciana del principe quale soggetto collettivo egemone e promotore della storia della nazione.
Un altro aspetto riguarda la mancanza di respiro europeo di buona parte della cultura politica italiana e di quello che potremmo chiamare machiavellismo istituzionale delle élites sia politiche che, in generale, della classe dirigente. Un aspetto che non è esagerato definirlo come un elemento di quella sub cultura comportamentale che costituisce la cosiddetta “italianità”.
Machiavelli manca per Gobetti del respiro europeo, nel senso che manca un una visione europea del problema dell’unificazione sotto l’egida di un Principe in termini di nazione (era questa l’idea di Gramsci?). La visione di Machiavelli, grazie anche alla mancanza di una borghesia moderna, si riduce a quello che Gobetti chiama “diplomazia municipale”. Una dimensione politica che rimane ancorata al particolare della politica delle Signorie “municipalizzate” e non alle esigenze di sviluppo di una nuova civiltà dei cittadini urbani.
La Riforma in Italia è stata Machiavelli, nei termini di una cultura e subcultura politica ed istituzionale che ha interessato sia la destra che la sinistra.
In Europa invece, Erasmo, con la sua attenzione per le virtù del Principe, ha ispirato Lutero insieme alla nascita e al radicamento dei valori liberali della individualità responsabile nell'ambito economico e delle istituzioni.1 Ovviamente mai è tutto bianco o tutto nero, e le problematiche si intrecciano con le personalità e le storie tra i protagonisti dei due diverse modalità culturali.
1 Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale. Saggio sulla lotta in Italia, REA Edizioni, L’Aquila 2014.

martedì 13 novembre 2018

Pensiero sé-centrico e passioni distruttive. Tra Buddhismo e Costruttivismo

Due concezioni della realtà che presentano importanti risvolti etici nell’idea di responsabilità che implicano un profondo interesse per le pratiche di vita che possono migliorare la condizione umana, dalla sofferenza individuale a quella sociale, dall’educazione alla ricerca. Un interesse che si traduce in una condotta etica, definita come responsabilità relazionale improntata all’apertura verso il mondo, alla collaborazione, al rispetto dell’altro


"Le idee sbagliate scaturiscono dal nostro sentimento di un'intrinseca esistenza di sé. A causa di questo noi ignoriamo gli altri... Questo è dovuto al fraintendimento del sé. È come avere un diabolico assassino dentro di noi. Il pensiero sé-centrico porta con sé il desiderio, l'avversione e l'ignoranza, è come un ladro che ci defrauda del nostro raccolto di virtù.

I semi della coscienza sono piantati nei campi dell'azione. Questi sono irrigati ripetutamente dalle acque del desiderio e della bramosia da quel contadino che in noi coltiva i germogli degli stati di rinascita. Anche questo è causato dal nostro atteggiamento sé-centrico." (Dalai Lama)

"A causa del sé-centrismo che è in noi, siamo rimasti nudi, a mani vuote e indolenti. Ovunque ci troviamo nel ciclo dell’esistenza, siamo assaliti dalla sofferenza. Chiunque frequentiamo è un amico della sofferenza. Qualsiasi cosa di cui godiamo è un oggetto di angoscia. … Non sapendo ciò che è positivo e ciò che non lo è, nutriamo inutili dubbi e aspettative a causa del nostro sé-centrismo.”

"come un cavallo senza briglie, le nostre emozioni perturbatrici ci fanno perdere il controllo, tutto a causa del nostro atteggiamento sé-centrico." (Dalai Lama)

“Il sé-centrismo è la fonte della nostra paura … il sé centrismo è la fonte di tutte le colpe.”

“Tutte le nostre sventure scaturiscono dalla nostra mente indisciplinata. La mente è sregolata a causa del nostro sé-centrismo. … Il sé-centrismo genera una miriade di emozioni come speranza e ansia a causa delle quali andiamo incontro a fallimenti e calamità. Normalmente puntiamo il dito sugli altri, incolpandoli di tutto ciò che non funziona. Ma la radice del problema, la fonte di tutti i guai, l’origine degli inauspicabili e cattivi segni è l’atteggiamento sé-centrico che risiede indisturbato nei nostri cuori.”

“La bramosia e l’odio … scaturiscono da una percezione esagerata di noi stessi come entità indipendenti, mentre, di fatto, dipendiamo da un gran numero di variabili passate e presenti.”[1]

“Quando arrivi all'errata conclusione di esistere come un’entità pienamente indipendente (anziché come un’entità interrelata con gli altri e con le cose), se portato a stabilire una distinzione artificiale tra te e gli altri. A sua volta, questa conclusione favorisce l’attaccamento a tutto ciò che sembra stare dalla nostra parte e la resistenza nei confronti di tutto ciò che sembra stare dalla parte degli altri. Questa forma di attaccamento ingigantisce l’importanza delle tue caratteristiche personali, quali l’aspetto fisico, l’origine etnica, la ricchezza, l’educazione o la fama, e spalanca la porta all’orgoglio.”[2]

Questa considerazione del Dalai Lama è quanto di più prossimo e concomitante vi possa essere nella concezione buddhista del “”, con la concezione costruttivista. Bisogna mettere tra parentesi l’aspetto religioso se questo è finalizzato ad una costruzione ontologica delle istanze trattate, infatti ciò condurrebbe alla formulazione di una metafisica che informa la realtà ad una rigida concezione del mondo e della mente. Ma se invece si considera quanto affermato dal Dalai Lama come manifestazione dell’esistenza mentale del “”, esistenza che non può essere considerata se non in forma di una interrelazione col l’”altro” e il mondo delle cose, una interrelazione che precede la formazione della coscienza e la rende possibile nella costruzione del linguaggio e della consapevolezza stessa che si realizza attraverso l’atto di intenzionale con cui il prende di mira la realtà oggettiva e l’altro; allora, se trasliamo la concezione buddhista nell’ambito del cognitivismo costruttivista, abbiamo un modalità per considerare l’intreccio che forma e modella la personalità e la coscienza attraverso il condizionamento e lo sviluppo delle emozioni che vanno a strutturare il carattere e la nostra persona, cioè la “maschera” con la quale il si presenta agli altri e al mondo.

Inoltre, questo modo di considerare la l’origine delle emozioni negative, consente di definire quell’elemento che manca per prendere considerazione una un migliore approfondimento degli aspetti della comunicazione nei conflitti per valutare la spirale delle emozioni negative che portano all’escalation della violenza.

La meditazione del Dalai Lama è in questo caso rivolta all’origine delle “passioni tristi” e della violenza: “Sia la bramosia sia l’odio arrivano da un errore sistematico; entrambi si sviluppano sulla base di un’esagerazione della natura delle cose che va ben al di là di ciò che esse effettivamente sono. Tale errore genera tutte le altre emozioni perturbanti.”[3]

Le emozioni che si generano sulla base di questo errore sistematico, dice il Dalai Lama, errore cognitivo, diremmo, pensando al punto di vista costruttivista, che riguarda il sé-centrismo condizionano le nostre relazioni creando una contrapposizione artificiosa e una dinamica di conflitto permanente tra il sé e il mondo circostante sviluppando la triste passione della “rabbia”. Infatti, dice il Dala Lama, “là dove c’è un “io” c’è anche un “tu”. Alla discriminazione fa seguito l’attaccamento al nostro sé e la rabbia nei confronti dell’altro, poiché ci arrabbiamo con ciò che frustra i nostri desideri. La rabbia è fomentata dalla convinzione erronea che noi e l’oggetto della nostra rabbia siamo per natura in una relazione di vittima e nemico. Quando ci arrabbiamo, l’oggetto della nostra natura appare di gran lunga più spaventoso di quanto sia in realtà.”[4]

Per quanto riguarda il condizionamento e il danno morale causato dall'attaccamento, anche la dottrina cristiana, in particolare nella teologia di Meister Eckhart appare concordante con quella buddhista nella ricerca di una dimensione morale nella relazione col mondo improntata alla ricerca di una beatitudine fondata sul distacco e l’assenza del “desiderio” considerato origine della negatività. La teologia cristiana da Eckhart ad Erasmo sembra promuovere una idea di saggezza e che nasce, attraverso la meditazione e la riflessione sui desideri e sulle passioni, dalla forza delle emozioni positive considerate generatrici di valori morali ed etici che promuovono la similitudine tra l’uomo e Dio considerato come sommo bene.

“Quando ci imbattiamo per la prima volta in qualcuno o qualcosa di piacevole, ne prendiamo rapidamente nota, riconoscendo la sua presenza … l’attrattiva che l’oggetto esercita sembra parte integrante dell’oggetto stesso, e non un valore attribuito da noi”. La posizione del Dalai Lama è prossima al costruttivismo: la mente attribuisce valore alla realtà in modo indipendente dai fatti. Questo valore corrisponde con le aspettative che, se positive, suscitano emozioni positive come, se negative, oltre che già essere condizionate da emozioni negative quali ansia e paura, suscitano e rafforzano le emozioni negative diventando fonte di frustrazione e rabbia. La capacità di attenersi ad una valutazione “neutrale” dei fatti è funzionale alla capacità di valutazione e ponderazione delle emozioni che, in un primo approccio, suscita un oggetto o una situazione. E così di seguito il Dalai Lama “quando la mente aderisce in questo modo a un oggetto – come se la sua essenza coincidesse con la sua apparenza – , può sorgere una forte bramosia nei suoi confronti, e un odio nei confronti di tutto ciò che interferisce con la possibilità di impossessarsene. Ha preso piede un errore sostanziale riguardo alla natura delle cose e, a mano a mano che l’illusione dell’esistenza indipendente dell’oggetto si consolida, i veleni delle emozioni distorte cominciano a fare il loro effetto”[5]. Quindi il presupposto di una natura indipendente, il realismo metafisico della vita quotidiana, del senso comune e dell’opinione comune, come direbbe Watzlawick, sono la condizione che rende potente il “veleno delle emozioni distorte”.

Il “realismo metafisico” nasce dalla pi radicata tra le teorie della conoscenza, tanto che, come dice Hilary Putnam, i filosofi per due millenni avrebbero discusso soltanto su ciò che esiste realmente e sarebbero tutti stati d’accordo su un concetto di realtà che tutti intendevano collegato con il concetto di validità oggettiva, tanto che il concetto di verità si fa coincidere con quello di oggettività e il problema del sapere diventa il problema della verità. Realista metafisico è quindi “chiunque sostenga che possiamo chiamare verità solo ciò che è in accordo con una realtà oggettiva concepita come assolutamente indipendente.”[6]

A fronte di una concezione che considera la conoscenza come corrispondenza di una realtà di per sé esistente “il tratto fondamentale dell’epistemologia costruttivista – e cioè che il mondo, che in tal modo viene costruito, è un mondo dell’esperienza che consiste in esperienza vissuta e non ha nessuna pretesa di verità nel senso di consonanza con una realtà ontologica.” Una posizione in cui Giambattista Vico si incontra con Kant: “la natura … è l’insieme di tutti gli oggetti dell’esperienza”. Una concezione che supera l’oggettivismo come il suo opposto, lo scetticismo e spiega come sia possibile sperimentare un mondo relativamente stabile e attendibile pur non potendo attribuire con sicurezza alla realtà oggettiva stabilità, regolarità o una qualsiasi qualità percepita considerando che il mondo di cui facciamo esperienza e che conosciamo, viene necessariamente costruito da noi stessi. Per questo non ci si deve sorprendere se esso ci appare come relativamente stabile. [7] “La teoria della conoscenza diventa così l’esame del modo in cui l’intelletto opera per costruire il mondo in qualche misura durevole e regolare partendo dal flusso dell’esperienza.” La conoscenza è quindi anche un operare in quanto è l’agire che la costruisce. Ed è, come dice Piaget, l’operare di quella istanza cognitiva che organizza sé stessa e quindi il suo mondo dell’esperienza.[8]

Siamo di fronte a due tradizioni che sebbene siano distinte temporalmente e culturalmente considerano “l’infondatezza, intesa come mancanza di un fondamento assoluto, come la condizione stessa del mondo dell’esperienza umana.”[9] La “via di mezzo della conoscenza”, intesa come critica all’attaccamento e alla ricerca di un fondamento ultimo sia che lo si cerchi all’esterno della mente come fa l’assolutismo metafisico, che all’interno, come per il nichilismo; questa “via di mezzo” sembra alludere alla concezione costruttivista della conoscenza come concezione che trascende le concezioni realiste  come pure quelle idealiste indicando “una rotta che permetta di navigare indenni tra il vortice del solipsismo e il mostro del rappresentazionismo.” (Maturana – Varela)[10]. Si tratta di affinità che oltre alla concezione del sé non fondazionale e stabile ma che nasce dalla relazione in cui si forma lo stesso individuo. Una relazione che vede l’esperienza come un flusso, il dharma, considerato come la più piccola unità di esperienza che acquista significato nella rete di relazioni in cui appare. Come nel costruttivismo quindi, la persona è la manifestazione di un processo esteso di relazioni e non è mai un essere indipendente.

Una concezione presenta importanti risvolti etici nell’idea di responsabilità che implica quindi, in entrambe le concezioni “un profondo interesse per le pratiche di vita che possono migliorare la condizione umana, dalla sofferenza individuale a quella sociale, dall’educazione alla ricerca; un interesse che si traduce in una condotta etica, definita come “responsabilità relazionale” … improntata all’apertura verso il mondo, alla collaborazione, al rispetto dell’altro”.[11]

Infatti, è l’ignoranza responsabile dell’attaccamento, per il pensiero buddhista. È l’ignoranza che alimenta la convinzione erronea sulla positività o negatività intrinseca dell’oggetto che prendiamo in considerazione. “Accettare questa falsa apparenza come un dato di fatto è – sostiene il Dalai Lama – un atto di ignoranza e spiana la strada alla bramosia, all’odio e a una miriade di altre emozioni controproducenti. Tali emozioni distruttive portano, a loro volta, ad azioni fondate sulla bramosia e sull’odio. Queste azioni, che alla fine provocherano sofferenza, non vengono viste per quello che realmente sono, ma vengono scambiate per una via verso la felicità.”[12]

Il parallelo tra buddhismo e costruttivismo radicale diventa interessante anche per alcuni aspetti empirici, o meglio “pragmatici”, riguardanti la possibilità del trattamento della comunicazione nei conflitti. Infatti l’ignoranza che causa l’attaccamento può diventare presto conflitto e violenza. Infatti, dice il Dalai Lama, “fintanto che sono presenti la bramosia, l’odio, l’attaccamento, l’invidia o la confusione, ogni genere di azione nociva diventa possibile. Con questi presupposti, ciascuno di noi ha le potenzialità di fare il male, di commettere un crimine, persino un omicidio.” L’enfasi che alle relazioni aggiunge l’attaccamento fino alla promozione delle emozioni più distruttive: “ti arrabbi quando le persone non sono all’altezza delle tue aspettative” e attribuisci un eccesso di valore tanto ai nemici quanto agli amici. “Il problema è che spendiamo troppa energia in cose che sono altrettanto poco profonde delle banali faccende quotidiane. Ciò che è profondo perde terreno a vantaggio di ciò che è superficiale. Una volta che sei assorbito dai dettagli senza valore della vita, le emozioni affettive aumentano, e spingono a compiere altre azioni sbagliate. Le azioni controproducenti portano soltanto guai e, nella migliore delle ipotesi, mettono a disagio te e le persone che ti stanno intorno. Ti riempi sempre più di beni materiali, al punto che la pratica quotidiana si trasforma in devozione agli aspetti superficiali della vita, in cui coltiviamo desiderio per gli amici e odio per i nemici, e ci sforziamo di capire come comportarci in base a queste emozioni affettive”13

L'attribuzione di valori e qualità falsate dagli stati emotivo può essere contrastato attraverso la meditazione, o meglio, la riflessione: “il vantaggio dell’introspezione è quello di impedirci di attribuire ad un oggetto bontà o cattiveria oltre quelle che realmente sono presenti. Ciò consente di ridurre e forse, con il tempo di eliminare l’odio e la bramosia, poiché tali emozioni sono basate sull’esagerazione. E lascia alle emozioni e alle virtù lo spazio per svilupparsi”14

Le considerazioni del Dalai Lama mantengono una forte analogia con quelle che il pragmatismo di Watzlawick considera come veri loop delle relazioni umaneParadossi della comunicazione che strutturano la relazione in modo tale che ogni pratica risolutoria finisce per confermare i problemi in quanto nella impossibilità di costituirsi su di un linguaggio che si ponga al di fuori del contesto relazionale e comunicativo e al di fuori dei codici emozionali. Il paradosso porta il soggetto a comportarsi come il famoso Barone di Münchhausen, che pensava di sollevarsi dalla palude prendendosi per il codino. La meditazione buddhista come la destrutturazione delle relazioni promossa dalle pratiche costruttiviste, inducono il soggetto a porsi all’esterno del loop comunicativo e relazionale. 

“Se riteniamo che gli oggetti esistano in sé e per sé, anziché considerarli dipendenti da molte circostanze, come in realtà sono, si ha un’esagerazione”. Questa esagerazione è quella a cui inducono gli stati emotivi, tipo odio o un eccesso di attaccamento e bramosia verso l’oggetto; stati emotivi che limitano la nostra prospettiva e ci conducono alla chiusura mentale. Questi stati emotivi apparentemente ci appaiono come utili al perseguimento del nostro obiettivo, ma nei fatti non fanno altro che moltiplicare gli effetti negativi nel momento in cui sembrano essere ostacolati. In particolare nel caso della rabbia e dell’odio, queste condizioni si alimentano in un cerchio perverso di desiderio e di limitazione. “Nel momento in cui si generano la rabbia e la bramosia, la realtà viene oscurata e, al suo posto, scorgiamo bontà o cattiveria estreme, che suscitano azioni distorte e irreali.”15 
Avere consapevolezza di tale dinamica nelle relazioni “non significa che buono e cattivo, favorevole e sfavorevole, non esistano, poiché di fatto esistono, ma significa che non esistono come qualità indipendenti, come appaiono invece a una mente piena di bramosia e di odio.”16 Le argomentazioni sono volte a dimostrare l’interdipendenza dei fenomeni, ma, in affinità con il costruttivismo, non si tratta di una interdipendenza metafisica, ma dipendente dall’orizzonte di esperienza concettuale in cui ci troviamo ad agire. Il buddhismo parla di ”nesso tra le cause” attraverso il karma. Si potrebbe dire, della ”materia oscura” o "energia oscura" che tiene insieme l’universo, o gli universi, della nostra esperienza e delle relazioni. 
Il problema che le amozioni afflittive limitano le possibilità di espressione della compassione. La compassione è una forma di disposizione che nasce come risultato della predisposizione positiva delle emozioni e delle virtù.  Quando siamo in grado di considerare l’interrelazione e di valutare la mancanza di sussistenza oggettiva di ciò che in realtà attribuiamo all’oggetto sotto l’influsso delle emozioni, si apre la strada alla comprensione e alla compassione: “Non appena consideriamo l’interrelazione e perciò l’interdipendenza delle cose, diventa ovvia la falsità della visione che conduce alle emozioni afflittive” Per considerare la realtà della situazione bisogna evitare di sottomettere il proprio giudizio e “di sottomettersi volontariamente alle emozioni distruttive, perché offuscano la verità in ogni e qualsiasi campo... Bramosia e odio sono semplicemente irrealistici.”17 
Le emozioni distruttive portano al paradosso analogamente a quelle che Watzlawick considera patologie della comunicazione che causano il problema relazionale e, nei casi più estremi, psicologico e addirittura, psichiatrico. “Quando le emozioni distruttive dominano la scena – dice il Dalai Lama -, è più difficile comprendere che la situazione dipende da una moltitudine di circostanze correlate e, di conseguenza, ancora più difficile capire come cambiarla. Se odio e bramosia sono assenti, al contrario la rete di interconnessioni è assai più facile da scorgere.” E in definitiva ciò che si intende promuovere è il “cambiamento”. “Cambiamento” che per l’approccio della terapia breve di stampo costruttivista vuol dire cambiamento nella relazione e cambiamento cognitivo; mentre per il buddhismo il cambiamento è legato ad una prospettiva etica e di valore anche religioso. “La possibilità di porre fine ai nostri guai – dice ancora il Dalai Lama – dipende dalla capacità di comprendere l’interdipendenza, che i buddhisti chiamano “sorgere-dipendente”. La percezione erronea [un fatto cognitivo, pertanto] che persone e cose esistano in sé e per sé dà origine a pensieri sbagliati che, a loro volta, generano le emozioni nocive della bramosia e dell’odio, in un ciclo che si perpetua quasi all’infinito. Le emozioni distruttive producono azioni alterate e tali azioni lasciano impronte nella mente [altro fatto cognitivo che si spinge oltre il cognitivismo fino alla concordanza con la più recente considerazione della cosiddetta “plasticità del cervello” che appare come un ponte tra scienze neurali e cognitive], che portano a reiterati cicli di dolore. Possiamo mettere fine al processo coltivando la consapevolezza della subordinazione, della dipendenza e dell’interconnessione.18 





[1] Dalai Lama, L’arte della pace interiore, cap. IV. Ci mettiamo nei guai da soli, p. 1/8
[2] Dalai Lama, Ibidem.
[3] Dalai Lama, Ibidem.
[4] Dalai Lama, Ibidem, 2/8.
[5] Dalai Lama, Ibidem.
[6] Ernst von Gasersfeld, Introduzione al costruttivismo radicale, in La realtà inventata. Contributi al costruttivismo, a cura di Paul Watzlawick, p. 19.
La differenza tra la concezione tradizionale della conoscenza e il costruttivismo sta nel rapporto tra conoscenza e realtà “Mentre la concezione tradizionale, nella teoria della conoscenza nonché ella psicologia cognitiva, considera sempre questo rapporto come una concordanza o corrispondenza più o meno d’immagine (iconica), il costruttivismo radicale lo vede come un adeguamento al senso funzionale.” Ibidem p. 20.
[7] Ibidem, p. 27.
[8] Ibidem, p. 29.
[9] Gabriele Chiari, Il costruttivismo in psicologia e psicoterapia. Il caleidoscopio della conoscenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2016, p. 116.
[10] G. Chiari, ibidem, p. 115-116.
[11] G. Chiari, ibidem, p. 117.
[12] Dalai Lama, ibidem, p. 4/8.
[13] Dalai Lama, ibidem, p. 6/8.
[14] Dalai Lama, ibibem, p. 7/8.
[15] Dalai Lama, L’arte della pace interiore, V. Smarrire la giusta prospettiva nelle situazioni impegnative, p. 3/8
[16] Dalai Lama, ibidem, 
[17] Dalai Lama, ibidem, p. 5/8.
[18] Dalai Lama, ibidem, p. 7/8.


venerdì 9 novembre 2018

Erasmiani 0.1 - Temperantia e politica delle passioni

Temperantia, cioè la moderazione, per chi ha responsabilità pubbliche vuol dire ... ricerca della verità e pretesa della libertà.



«La moderazione (Temperantia) – dice Dahrendorf - … ci trasporta nel pieno della vita. Essa riguarda il modo di porsi degli uomini nei confronti del mondo.»1
La virtù della moderazione si realizza come conciliazione e superamento della dicotomia tra vita activa e vita contemplativa che già la dottrina classica voleva in contrapposizione. Quando Weber parlava di etica della responsabilità ed etica dei principi intendeva che tra l’ispirazione ad una vita volta all’agire sociale (etica della responsabilità) ed una ispirazione ad una vita volta alla conoscenza e all’esercizio del sapere scientifico (etica dei principi) non esista una possibilità di conciliazione, ma un conflitto: o si è votati all’una o all’altra attività, la commistione tra le due etiche genera equivoci e contraddizioni.
Al contrario, per Dahrendorf, la virtù della Temperantia si realizza proprio dalla convergenza tra le due aspirazioni e dall’unione delle due etiche in un unico principio ispiratore del proprio essere. Infatti, le due etiche rimangono inconciliabili nella teoria, tuttavia esse possono essere conciliate nella prassi.
Dahrendorf utilizza un concetto marxiano che potrebbe consentire di rendere tanti aspetti di questa filosofia come “filosofia della prassi” del cosiddetto a-rovesciamento marxiano secondo cui si tratta di cambiare il mondo che i filosofi interpretano, alla filosofia della libertà. Ma questa conciliazione, al contrario di come pensava Marx, non si realizza in una prassi rivoluzionaria; ma si realizza come parte costitutiva di un atteggiamento che riguarda l’individuo umano in quanto “osservatore impegnato”, e anche se nella realtà riguarda l’intellettuale, ciò riguarda la capacità di chiunque intenda occuparsi di problemi pubblici.
Questa conciliazione si realizza come congiunzione tra l’osservatore e l’attore in un solo individuo, laddove la sua attività riesce a conciliare la scienza come campo della riflessione con la politica come campo proprio dell’azione, una conciliazione che si realizza nella dimensione in cui entrambi gli ambiti si colgono attraverso un approccio di sviluppo teorico che si esprime attraverso un agire empirico che funziona anche come verifica di una ulteriore riflessione teorica. In questo senso le due etiche di colui che si vota per la conoscenza e colui che assume la via della responsabilità si uniscono in un unico individuo.
La moderazione è l’ambito proprio di realizzazione di questa prassi nel senso in cui essa riguarda il modo di porsi degli uomini nei confronti del mondo. La moderazione in questo senso «è l’impegno interiore che si ritrae dall’agire e cerca nell’osservare una realizzazione che esso, in fondo, non può dare.»2 Questa virtù si realizza come quella forte e a volte insopportabile tensione tra l’azione e la conoscenza della realtà che si manifesta nell’”osservatore impegnato”. Essere osservatore impegnato di fronte alla storia che si compie giorno per giorno nelle vicende umane e negli avvenimenti delle società significava per Aron, rispetto a questa realtà “essere … quanto più possibile oggettivo e insieme non del tutto distaccato, a impegnato.”
In questo contesto impegno «significa prima di tutto intima partecipazione alla realtà che viene osservata … L’osservatore impegnato … si mantiene sul terreno di una partecipazione [ai fatti] che per intensità non è inferiore a quella degli attori». Questa partecipazione per l’osservatore impegnato non esaurisce il suo atteggiamento di fronte alla realtà. L’impegno formale non è tutto poiché «l’osservatore impegnato è in misura particolare votato alla verità». E ancora «oltre alla ricerca della verità, l’osservatore impegnato esige la libertà»3. Moderazione, Temperantia, vuol dire quindi ricerca della verità e pretesa della libertà.
Per Erasmo la temperanza, la saggezza, è una fondamentale virtù del Principe: “non manca chi pensa addirittura che la saggezza sia da ostacolo al principe. La forza dell’animo così si impigrisce, dicono, e il principe diviene pauroso. Ma quella di cui parlano è temerarietà, non coraggio: è stupidità, non forza d’animo, il non temere nulla per il fatto che non si è in grado di giudicare. La forza del principe deve derivare da altre sorgenti. In quel modo sono bravi a dimostrarsi audaci i giovani, in particolare i più furiosi. La timidezza, al contrario, è benefica, perché, mentre individua il pericolo, insegna anche a scansarlo e così si rivela un deterrente dalle decisioni sbagliate e arrischiate. Occorre che veda più di tutti colui il quale, da solo, vede per conto di tutti; occorre che sia più saggio degli altri colui il quale, da solo, decide per conto della comunità. Ciò che è Dio nell’universo, il sole nel mondo, l’occhio nel corpo: ecco cosa deve essere il principe nello stato.”

In un primo confronto tra Erasmo, come precursore di un illuminismo dal volto umano e Machiavelli quale precursore della fredda razionalità politica responsabile del dispotismo – e il cui pensiero, quindi, finisce col negare gli stessi valori della ragione che pensava di realizzare, valori negati per il fatto di porsi il problema della libertà e del libero arbitrio – possiamo dire che per Machiavelli vir bonus e princeps sono figure difficilmente sovrapponibili: ciò che conta è che il principe eserciti le virtù che rinsaldano il potere, non curandosi troppo delle virtù che non hanno a che fare con la politica. Per Erasmo, al contrario, può anche essere che una persona per bene non sia in grado di fare il principe, perché non è detto che il virtuoso abbia anche le capacità necessarie per governare; ma senza dubbio il buon principe non è tale se non è anzitutto vir bonus.
Quindi nella virtù della riflessione e dell’impegno, nella saggezza, cioè nella temperantia, si supera la dicotomia della modernità tra vita attiva e vita contemplativa, tra lavoro e attività intellettuale, tra laici e chierici, tra scelta razionale e scelta morale, tra politica considerata come campo del puro intuito finalizzato al potere sull’altro e politica come promozione dei valori della libertà. La temperantia è un valore fondamentale per una politica delle passioni (che non è soltanto passione politica!)

1 Ralf Dahrendorf, Erasmiani. Gli intellettuali alla prova del totalitarismo. Laterza Bari 2007, p. 62.
2  Ibidem, p. 62
3  Ibidem, p. 65.

Perché non possiamo non dirci liberali. Il liberalismo critico di Raymond Aron.

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