lunedì 1 marzo 2021

Le aporie dell'uguaglianza. La lezione di Raymond Aron

 Il concetto di uguaglianza rappresenta un profondo paradosso per la decisione politica. E, proprio per questo sono paradossali gli esiti storici che hanno avuto i tanti movimenti che ad essa si sono ispirati, i quali, perseguendo la realizzazione dell’uguaglianza, considerata come il valore che realizza la giustizia sociale, sono finiti per realizzare le più gravi ingiustizie della storia dell’umanità.

Quella dell’eguaglianza rappresenta una delle aporie fondamentali della politica. Nella nostra epoca anche i totalitarismi sono nati nel nome dell’uguaglianza. Nel nuovo millennio i populismi e, con una declinazione di chiusura verso l’altro, anche i sovranismi nazionalisti dicono di ispirarsi ad un principio di uguaglianza: il cosiddetto “primatismo” racchiuso negli slogan “prima gli italiani” o “prima gli americani” ecc. enunciano a loro modo un perimetro di eguaglianza escludente; mentre lo slogan “uno vale uno” nella sua universalità rappresenta una forma di uguaglianza che annichilisce ogni forma di pluralità nella somiglianza con una nuova forma di messianismo. 

Le società, più che in termini di progresso, di sviluppo e di crescita del prodotto interno lordo, potrebbero essere valutate attraverso il caleidoscopio di quella che è sempre stata l’antinomia dell’ordine politico e della quale ogni soluzione trovata nei diversi regimi dall’antichità ad oggi appare come imperfetta. L’antinomia dell’uguaglianza, che, prima ancora di diventare un problema di perequazione, il che accade nelle moderne società industriali più o meno democratiche, racchiude la tensione che deriva dalla volontà di conciliare la disparità dei poteri e del prestigio sociale con la partecipazione di tutti alla vita della comunità.

Le società umane, dice Aron, hanno cercato di risolvere questa antinomia in due direzioni: la prima consiste nel sancire in termini istituzionali e sociali l’ineguaglianza; nel porre ognuno nella propria rispettiva categoria sociale e far accettare l’ineguaglianza di fatto e di diritto rispetto ai posti occupati nella società attraverso la cultura. La forma estrema di questo modello è il sistema delle caste. Al lato opposto, nelle attuali società democratiche, troviamo il tentativo di affermare l’uguaglianza politica degli esseri umani spingendosi sempre più avanti nella ricerca e nella realizzazione dell’uguaglianza sociale ed uguaglianza economica, cosa che non accadeva per la democrazia antica in quando fondata su di un sistema di caste socialmente perimetrate; la formula della repubblica romana possiamo dire che era invece simile all’attuale sovranismo in quanto il perimetro degli “uguali” era costituito dalla cittadinanza e dal censo. Le due macro soluzioni, tuttavia, sono destinate a rimanere sempre imperfette poiché “L’ordine dell’uguaglianza è inevitabilmente un ordine formale, che ciascun potere stabilito cerca di esaltare dissimulando le reali ineguaglianze” reali o sostanziali dovute al posto che si occupa nella scala sociale. Esiste, infatti,  una contraddizione permanente tra la spinta egualitaria e la gerarchia di fatto, in cui ogni modello sociale si deve strutturare per essere governata e poter decidere. L’ineguaglianza, rispetto al problema della decisione e della gestione del potere, appartiene in modo strutturale alla natura delle società umane, tuttavia ogni forma in cui si organizza la gestione del potere, per poter legittimare e sostenere la propria esistenza, deve dissimulare questa realtà esaltando i valori di appartenenza e la legittimazione proveniente da una volontà superiore, o divina nell’antichità; oppure promovendo le eguaglianze formali e sostanziali, attraverso la perequazione delle risorse, come accade nelle società moderne. 

Accade tuttavia che, nella società moderna, come aveva in modo insuperabile osservato Tocqueville, in modo paradossale, anche i regimi più autoritari tendono ad invocare la volontà popolare e l’uguaglianza. Infatti,  superato l’ordine delle caste e delle classi di tipo feudale, “si possono stabilire regimi totalitari soltanto in nome della democrazia, perché tutti i regimi moderni sono fondati sul principio egualitario. Si istituisce un regime assoluto soltanto pretendendo di liberare gli uomini”. La legittimazione che i regimi riescono ad ottenere presso la volontà popolare, possiamo dire, scaturisce proprio dall’antinomia dell’uguaglianza in quanto è proprio richiamandosi a questa e ad una supposta liberazione da una qualche minaccia per la libertà del popolo, che le dittature del Ventesimo secolo si sono radicate nel tessuto sociale e istituzionale.

Ammettere l’esistenza di questa aporia, ammettere l’esistenza inevitabilmente strutturale dell’ineguaglianza tra gli esseri umani e le diverse funzioni che questi sono chiamati a svolgere nel sistema sociale è il primo passo verso una politica della ragionevolezza sulle possibilità effettive dell’impresa sociale e la realizzazione dei valori umani e delle libertà.


venerdì 25 settembre 2020

Empatia e neuroni specchio: tra neuroscienze e costruttivismo

 Non capisco l’altro perché faccio un ragionamento logico, ma capisco l’altro immedesimandomi in quello che fa ciò accade perché vedo nell’altro ciò che io so fare “noi abbiamo un sistema di capire gli altri che si attiva immedesimandosi nell’altro. Cioè non lo capisco perché faccio un ragionamento logico, ma lo capisco perché vedo la stessa cosa che so fare io … se sai fare una cosa capisci molto meglio quello che fa l’altro e più rapidamente” (Rizzolatti). I neuroni specchio ci portano considerare in modo diverso il rapporto della mente con la percezione sensoriale e quindi col corpo. L’esperienza costruisce un mondo che io capisco proprio in quanto costruito e in quanto tale fenomenologicamente mi appartiene, lo capisco e mi ci immedesimo in modo empatico quando lo vedo fare o lo vedo vivere da un altro soggetto. La conoscenza quindi distingue di meno tra mente e corpo di quanto non lo faccia il nostro razionalismo. Una intuizione, oggi si può dire supportata anche dalla neuroscienza attraverso il meccanismo empatico (che non riguarda soltanto la condivisione dei sentimenti, come comunemente si pensa), che è alla base del costruttivismo che dal radicalismo cognitivo si vuole traslare verso un radicalismo fenomenologico attraverso le scoperte delle neuroscienze.

Da la repubblica: Intervista Giacomo Rizzolatti

venerdì 18 settembre 2020

La dimensione paradossale dell'uguaglianza e l'empatia



Quello dell’uguaglianza, per Aron, non rappresenta una leva per la storia e per la sua interpretazione. Rappresenta invece un forte fattore di interpretazione ideologica e una leva politica che ha caratterizzato la fine dell’Ottocento e buona parte dei programmi politici per la sinistra nel Novecento.

La prima assunzione di Aron che il progresso in termini di sviluppo economico porta in sé lo sviluppo verso sempre una maggiore uguaglianza delle condizioni e di affermazione di società regolate attraverso procedure democratiche di selezione della classe politica. Potremmo dire, in tal senso, che l’uguaglianza non è un tema politico ma riguarda la natura della società industriale e di sviluppo di massa del benessere e che questa tendenza può presentare diverse interpretazioni tra destra e sinistra ma, di fatto, ha trovato interpreti in ogni forma di regime che si sia fatto carico dello sviluppo della società nate dalla rivoluzione industriale, comprese quelle di natura totalitaria.

Prima di entrare nel merito delle riflessioni aroniane sul tema è opportuno definire la pregnanza della problematica dell’uguaglianza vessillo dell’intera storia della sinistra moderna tanto che oggi è ritornata ad essere considerata il discrimine per la rinascita del manifesto per la sinistra del nuovo millennio (vedi Pikety e in Italia le idee di Barca).

Innanzitutto, è necessario un chiarimento di fondo: come fa notare Salvatore Veca, parlare di uguaglianza non corrisponde col parlare del problema della “disuguaglianza”. Quindi bisogna porsi due domande distinte: che cos’è l’uguaglianza e, in modo separato, domandarsi che cos’è la disuguaglianza.

Uguale vuol dire identico, stesso. Uguale è l’Uno di contro alla pluralità che è altro da sé stesso. L’identità di Parmenide non ammette la pluralità dello scorrere del tempo che genera e sancisce l’esistenza della pluralità. L’identità non ammette progresso, cambiamento, evoluzione ma solo un mondo immobile e sempre uguale a sé stesso, in cui la pluralità è solo un fenomeno illusorio del limite umano della conoscenza che si realizza attraverso i sensi, la misura, la discontinuità dei numeri la loro discontinuità, finitezza e determinazione che, invece, pongono la possibilità di cogliere la totalità soltanto attraverso un percorso infinito, un percorso per questo mai realizzabile, irraggiungibile come è irraggiungibile la piena conoscenza che, proprio per questo, nella pluralità e nel perenne superamento della ricerca, non ha mai termine. L’unità non ammette la discontinuità del progresso e così non ammette la possibilità della conoscenza: “l’Intelligenza è “qualcosa” che fa parte degli esseri. Quello, invece, non è “qualcosa”, ma è anteriore a qualsiasi cosa; e nemmeno non è essere, poiché l’essere possiede – diciamo così – una forma, la forma dell’essere. Ma l’Uno è privo di forma, privo anche della forma intelligibile”. Per Plotino l’Uno non ammette l’intelligenza e la conoscenza. Ciò perché “l’essenza dell’Uno è la generatrice di tutte le cose, essa non è nessuna di esse: perciò essa non è “qualcosa”, né è qualità, né quantità, né Intelligenza, né Anima; non è “in movimento” e nemmeno “in quiete”; non è “in uno spazio” né “in un tempo”; essa è in sé solitaria, tutta chiusa in se stessa, o meglio, è l’Informe prima di ogni forma, prima del moto e prima della quiete: poiché tali proprietà appartengono all’essere e lo fanno molteplice.”[1] In sostanza la molteplicità è inganno e illusorietà dell’Essere e l’Unità ammette soltanto la possibilità di superamento della realtà dell’Essere ingannevole nel momento mistico di congiunzione col tutto Uno immobile e sempre identico a sé stesso.

Parlare di uguaglianza comprende pertanto un elemento mistico che, come sostiene Aron, colloca il problema di una società di eguali sempre al di fuori della storia, in quel campo dell’utopia che spesso si manifesta più per i suoi effetti nefasti che per realizzazione di una maggiore giustizia.

In che senso allora considerare l’uguaglianza nella vicenda e nella storia dell’umanità che, in realtà, non è che la storia della diseguaglianza tra gli uomini e la storia dei conflitti che per essa si generano nel suo comporsi e decomporsi continuo.

Tralasciando, al momento, l’espressione secondo cui ci si può considerare uguali soltanto rispetto a qualche cosa che unisce e rende simili, congruenti due entità di per se poste separatamente ripresa pure da Rawls, uguaglianza come proprietà di campo, per cui l’uguaglianza non riguarda che una parzialità costruita finalizzata alla cooperazione tra esseri diversi ma con interesse condiviso di sopravvivenza; una proprietà che però ha la caratteristica di escludere sempre qualcuno che si trova fuori da questo campo. Allora, in che senso è possibile parlare di una uguaglianza in senso universale, una uguaglianza che non comprenda per forza l’identità nell’Unico essere parmenideo ma che possa essere inizio e indizio di pluralità sebbene dialettica nello scorrere del tempo e nel divenire della storia umana?

La “capacità di empatia e di identificazione nelle vite di altri che con noi sono inclusi nel campo della comune umanità” da cui emerge il rispetto per la vita, per le emozioni e i desideri di tutti gli altri esseri “senzienti”, solo questo può essere il cuore di una idea di uguaglianza in senso umano che non si contrapponga alla diversità, ma la assecondi e la favorisca in un reciproco gioco di empatia da cui nasce la stima e il rispetto per i piani di vita di tutti gli altri. Questa capacità “coincide anche con la capacità di guardare vite umane, astraendole dalle etichette sociali e dai ruoli entro cui quelle vite hanno inevitabilmente luogo.[2]” ciascuno di noi può riflettere su questo fatto elementare e prendere riflessivamente le distanze dai ruoli e dalle posizioni in cui è situato” provando ad “adottare un punto di vista umano su vite umane”. Esercitare la capacità di riconoscere gli altri e noi stessi come “agenti morali, [per cui] tutti noi abbiamo progetti e scopi e aspiriamo all’uguale rispetto per i nostri piani di vita” considerando “che aspirare all’uguale rispetto equivale ad aspirare a che il nostro particolare progetto di vita sia riconosciuto come ugualmente degno di essere riconosciuto da altri e da altre”. Solo questo può essere il senso che possa includere una idea di uguaglianza che comprenda l’umanità e la sua storia e i cui ci sia posto per quella che ci monaci tibetani chiamano compassione e gli altri altruismo, carità amore per il prossimo. Certamente una dimensione spirituale ma che trova un posto centrale nel cuore e nella mente dell’agente morale che fa la propria storia, la storia umana, quella storia che non può essere considerata mera evoluzione della natura e che spesso è stata e sarà una, impossibile, deviazione da essa, almeno finché non si potrà parlare di evoluzione delle macchine che sostituiscono la natura stessa.

Tuttavia, nonostante l’uguaglianza presenti una dimensione paradossale che, come dice Aron, la colloca al di fuori dell’orizzonte della storia; quella verso l’uguaglianza rappresenta una tendenza fondamentale della società moderna, come aveva intuito Tocqueville, di cui ogni programma politico e ogni progetto di società deve tenere conto. E qui, però, sconfiniamo già nel campo della disuguaglianza e delle diseguaglianze, tanto ingiuste quanto necessarie alla storia umana e al progresso.


L’antinomia dell’uguaglianza

Il concetto di uguaglianza rappresenta quindi un profondo paradosso per la politica e per la decisione politica. E, proprio per questo sono paradossali gli esiti storici che hanno avuto i tanti movimenti che ad essa si sono ispirati, i quali perseguendo la realizzazione dell’uguaglianza considerata come maggiore giustizia sociale sono finiti per realizzare le più gravi ingiustizie della storia dell’umanità.

Quella dell’eguaglianza rappresenta una delle aporie fondamentali della politica. Nella nostra epoca anche i totalitarismi sono nati nel nome dell’uguaglianza. Quindi, le società, più che in termini di progresso vanno valutate nei termini di quella che è sempre stata l’antinomia dell’ordine politico del quale ogni soluzione trovata nei diversi regimi dall’antichità ad oggi appare come imperfetta: è l’antinomia che si esprime nella tensione che deriva dalla volontà di conciliare la disparità dei poteri e del prestigio sociale con la partecipazione di tutti alla vita della comunità. Le società umane, dice Aron, hanno cercato di risolvere questa antinomia in due direzioni: la prima consiste nel sancire in termini istituzionali e sociali l’ineguaglianza; nel porre tutti in una determinata categoria e far accettare l’ineguaglianza di fatto e di diritto rispetto ai posti occupati nella società, la forma estrema di questo modello è il sistema delle caste. Al lato opposto troviamo il tentativo di affermare l’uguaglianza politica degli esseri umani nella democrazia spingendosi sempre più avanti nella ricerca e nella realizzazione dell’uguaglianza sociale ed uguaglianza economica. Le due soluzioni sono destinate a rimanere sempre imperfette poiché “L’ordine dell’uguaglianza è inevitabilmente un ordine formale, che ciascun potere stabilito cerca di esaltare dissimulando le reali ineguaglianze.” Esiste una contraddizione permanente tra la spinta egualitaria e la gerarchia di fatto in cui è la società stessa a doversi strutturare per essere governata e poter decidere, l’ineguaglianza appartiene in modo strutturale alla natura delle società umane, ma ciascun potere cerca di dissimulare questa realtà esaltando le eguaglianze formali. Anzi, come aveva in modo insuperabile osservato Tocqueville, anche i regimi più autoritari tendono ad invocare la volontà popolare e l’uguaglianza, nella società moderna, superato l’ordine delle caste e delle classi di tipo feudale “si possono stabilire regimi totalitari soltanto in nome della democrazia, perché tutti i regimi moderni sono fondati sul principio egualitario. Si istituisce un regime assoluto soltanto pretendendo di liberare gli uomini”. La legittimazione che i regimi riescono ad ottenere presso la volontà popolare, possiamo dire che scaturisce proprio dall’antinomia dell’uguaglianza in quanto è proprio richiamandosi a questa e ad una supposta liberazione da una qualche minaccia per la libertà del popolo, che le dittature del Ventesimo secolo si sono radicate nel tessuto sociale e istituzionale.

Ammettere l’esistenza di questa aporia, ammettere l’esistenza inevitabilmente strutturale dell’ineguaglianza tra gli esseri umani e le diverse funzioni che questi sono chiamati a svolgere nel sistema sociale è il primo passo verso una politica della ragionevolezza sulle possibilità effettive dell’impresa sociale e la realizzazione dei valori umani.

[1] Plotino, Enneadi.

[2] Salvatore Veca, Qualcosa di sinistra, Feltrinelli, 2019, e-book.

lunedì 3 agosto 2020

Appello per la la società liberale e la libertà di pensiero

Una lettera sulla giustizia e il dibattito aperto

Il cedimento, per paura o per speranza, ad una idea di paradiso in terra attraverso la figura di un capo che è al di sopra di tutto è una ricetta infallibile per sostituire le società aperte con lo Stato autoritario. Farsi traviare o cedere a questa tentazione, impone, per chi svolge un’attività intellettuale, il sacrificium intellectus cioè una rinuncia a quello che è l’elemento costitutivo di ogni attività intellettuale, la libertà. (da Ralph Dahrendorf)

Gli intellettuali dicono no a questo inganno a cui molti hanno ceduto negli anni Venti e Trenta del secolo scorso:



Regolare

7 luglio 2020
La lettera in basso apparirà nella sezione Lettere del numero di ottobre della rivista. Accogliamo con favore le risposte a letters@harpers.org

"Le nostre istituzioni culturali stanno affrontando un momento di prova. ...

 Le forze del illiberalismo stanno guadagnando forza in tutto il mondo ...

Ma non bisogna permettere alla resistenza di indurirsi nel proprio marchio di dogma o coercizione, che i demagoghi di destra stanno già sfruttando. L'inclusione democratica che vogliamo può essere raggiunta solo se parliamo contro il clima intollerante che si è manifestato da tutte le parti.

... la censura si sta diffondendo anche più ampiamente nella nostra cultura: un'intolleranza di visioni opposte, una moda per vergogna pubblica e ostracismo e la tendenza a dissolvere complesse questioni politiche in una accecante certezza morale. Sosteniamo il valore di un contro-discorso robusto e persino caustico da ogni parte. ...

Gli editori vengono licenziati per l'esecuzione di brani controversi; i libri vengono ritirati per presunta inautenticità; ai giornalisti è vietato scrivere su determinati argomenti; i professori vengono indagati per aver citato opere letterarie in classe; un ricercatore viene licenziato per aver fatto circolare uno studio accademico peer-reviewed; e i capi delle organizzazioni vengono espulsi per quelli che a volte sono solo errori goffi. Qualunque siano le argomentazioni su ogni particolare incidente, il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza la minaccia di rappresaglia. ...

 il risultato è stato quello di restringere costantemente i confini di ciò che si può dire senza la minaccia di rappresaglia. 

Questa atmosfera soffocante alla fine danneggerà le cause più vitali del nostro tempo. La restrizione del dibattito, da parte di un governo repressivo o di una società intollerante, fa invariabilmente male a chi manca di potere e rende tutti meno capaci di partecipazione democratica. Il modo per sconfiggere le cattive idee è attraverso l'esposizione, l'argomentazione e la persuasione, non cercando di zittire o desiderare di allontanarle.

Rifiutiamo qualsiasi scelta falsa tra giustizia e libertà, che non possono esistere l'una senza l'altra.

... abbiamo bisogno di una cultura che ci lasci spazio alla sperimentazione, all'assunzione di rischi e persino agli errori. Dobbiamo preservare la possibilità di un disaccordo in buona fede ...

Se non difendiamo la cosa da cui dipende il nostro lavoro, non dovremmo aspettarci che il pubblico o lo stato lo difendano per noi."

Harper's 07/07/2020

sabato 6 giugno 2020

Raymond Aron. Progresso e conservazione. Sinistra e destra

La distinzione tra i diversi ordini che costituiscono il tessuto sociale, economico, delle conoscenze, istituzionale, politico, religioso ecc. offre ad Aron la possibilità di individuare con profondità le contraddizioni che si celano dei movimenti storici e nelle posizioni politiche dei protagonisti. Innanzitutto, nelle coppie antinomiche di progresso e conservazione, o rivoluzione e restaurazione, e nelle antinomie politiche di destra e sinistra.

Secondo uno punto di vista consolidato la distinzione tra destra e sinistra si fonda sul privilegio di alcuni valori. Aron fa notare che si tratta però di una contrapposizione “retrospettiva” tendente a mascherare le divisioni e i contrasti che in realtà esistono all’interno degli stessi blocchi di destra e di sinistra: «qua si invoca famiglia, autorità, religione; là eguaglianza, ragione, libertà. Gli uni rispettano l’ordine lentamente elaborato attraverso i secoli, gli altri hanno fede nella capacità dell’uomo di ricostruire la società secondo le leggi della scienza. La destra, partito della tradizione e dei privilegi, contro la sinistra partito dell’avvenire e dell’intelligenza.»[1] L’interpretazione, dice Aron, non è erronea, soltanto che si tratta della metà della verità, poiché i due tipi di persone si trovano indifferentemente in ogni strato sociale o intellettuale indipendentemente dall’essere questi di destra o di sinistra.

Rispetto a questa dissociazione tra realtà ideologica e realtà storica, il punto è per Aron di stabilire perché le rivoluzioni possono avere un andamento catastrofico nonostante le migliori convinzioni dei protagonisti, e di prospettare un atteggiamento diverso che non sia inficiato dalle tare ideologiche, da un lato e dall’altro della barricata politica.

Non esiste, un meccanismo oggettivo che porta alle rivoluzioni a meno che con queste non si voglia intendere il lento e costante processo di cambiamento che intreccia lo sviluppo della conoscenza con la crescita della società e delle relazioni sociali, quello che viene cioè definito come “progresso”.

Il cambiamento avviene attraverso variazione di riferimenti di valore e della percezione delle relazioni che su questi valori si fondano; da questi nascono nuove ricomposizioni della realtà all’interno di contesti ideologici orientati in forma utopistica ad un nuovo modello di relazioni. Queste ideologie sono portatrici in molti casi di una carica distruttiva e iconoclasta nei confronti delle relazioni e delle istituzioni che rappresentano la realtà che si vuole cambiare.

Pertanto, si può distinguere tra processi rivoluzionari che intrecciano con lo sviluppo della conoscenza, la crescita della società e delle relazioni sociali, cioè lo sviluppo rivoluzionario del “progresso” che porta anche al cambiamento dei valori di riferimento su cui si realizzano le relazioni sociali.

Dall’altro lato abbiamo processi rivoluzionari che sono innescati da contesti ideologici che esprimono in forma utopistica un nuovo modello di relazioni e sulla base dei quali perseguono una ricomposizione della realtà sociale. Questi processi passano innanzitutto per una fase distruttiva che vede il crollo di una legittimità delle vecchie istituzioni e relazioni sociali, senza che ancora si sia costituita una nuova legittimità. L’utopia promette comunque che esista una seconda fase costruttiva tendente ad ampliare gli istituti rappresentativi e consolidare le libertà civili all’interno di un nuovo modello di relazioni. Nel caso della Rivoluzione francese «la rivoluzione costruttiva si identifica più o meno con i risultati degli avvenimenti che consideriamo benefici: sistema rappresentativo, eguaglianza sociale, libertà personale e d’opinione; alla rivoluzione distruttiva viene invece attribuita la responsabilità del terrore, delle guerre, della tirannide.»[2]

Tuttavia, dice Aron, la via rivoluzionaria verso le forme di cambiamento prospettate dalla “rivoluzione costruttiva” non esigono per forza di cosa il ricorso o il passaggio attraverso una “rivoluzione distruttiva”: «nulla impedisce di pensare che anche la monarchia potesse introdurre a poco a poco gli elementi essenziali di ciò che a distanza ci appare opera della Rivoluzione. Ma le ideologie che animavano la Rivoluzione travolsero la mentalità sulla quale la monarchia era fondata, pur senza essere a rigore incompatibili con essa; suscitarono quella crisi legittimistica che produsse la grande peur e il Terrore»[3].

Il punto è che le forme rivoluzionarie del tipo utopistico ideologico, non è detto che seguano le forme “rivoluzionarie” del progresso letto in chiave illuministica di affrancamento dell’essere umano dai vincoli della natura e di sviluppo della conoscenza. In questa chiave ciò che nelle attualità può essere considerato rivoluzionario può rivelarsi in contrasto con le istanze portatrici del progresso dell’umanità. Dall’altro lato niente indica che per vedere attuate le rivoluzioni provenienti dal progresso dell’umanità sia necessario che si realizzino dei moti violenti e distruttivi delle istituzioni. E tutto ciò non si combina se non in modo ambivalente con le distinzioni tra destra e sinistra nell'ambito politico!

Per questo motivo si esprime solo una parte della realtà quando si tende a distinguere tra una sinistra progressista e una destra conservatrice sulla base del riconoscimento, o meno di alcuni valori tradizionali quali la famiglia, la patria, le culture locali ecc. Se per distinguere utilizziamo invece i modelli indicati da Aron in cui lo spartiacque è contrassegnato dal progresso della conoscenza e dai valori dell’Illuminismo allora il discrimine diventa il perseguimento ideologico di una utopia rivoluzionaria che, a cose fatte, potrebbe rivelarsi, anche nelle migliori intenzioni, come la peggiore nemica dei valori del progresso e di libertà e di eguaglianza. Mentre al contrario una illuminata forma di “conservazione” potrebbe essere conciliabile con un percorso di riforme che consenta di realizzare al meglio quel lento e costante processo di cambiamento che intreccia lo sviluppo della conoscenza con la crescita della società e delle relazioni sociali, quello che viene definito “progresso”. E, in modo più banale, non sempre quei valori "retrospettivi" sono idonei a distinguere tra l'uno e l'altro lato delle opzioni politiche, per non dire di quella secondo cui anche l'intelligenza e l'avvenire si troverebbero da un solo lato della barricata. Il problema per Aron si esprime tutto nella capacità di apertura e riconoscimento dell'altro.



[1]Raymond Aron L’oppio degli Intellettuali, 1955, Cappelli edizioni, Introduzione, p. 29.

[2]ibidem p. 31.

[3]ibidem p. 31.


Perché non possiamo non dirci liberali. Il liberalismo critico di Raymond Aron.

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